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L’ingombro del sé e la recita del vuoto

Cronaca di un naufragio quotidiano tra maschere di gesso, specchi deformanti e la fatica immonda di dover essere qualcuno
10 maggio 2026 di
Oscar Weidmann

L’illusione più grande che l’essere umano coltiva, con ostinata dedizione, è quella di possedere un Io granitico, una sorta di nucleo indivisibile che rimane identico a se stesso mentre il mondo fuori, impazzito, continua a cambiare pelle. Ci aggrappiamo a questo pronome come se fosse una polizza assicurativa contro il caos, convinti che esista un filo invisibile capace di annodare il bambino che piangeva per un giocattolo rotto all’adulto che, oggi, guarda con cinismo le rovine delle proprie ambizioni. Eppure, se avessimo il coraggio di chiudere gli occhi e di scendere nei sotterranei della nostra coscienza, troveremmo un affollamento di fantasmi, un parlamento in rivolta dove decine di versioni di noi stessi lottano per il controllo della narrazione quotidiana. Non siamo un blocco unico, siamo una successione di stati d’animo, di maschere indossate per sopravvivere e di silenzi che nascondono verità troppo ingombranti per essere pronunciate ad alta voce.

C’è qualcosa di profondamente irritante nel modo in cui ci ostiniamo a parlare di noi stessi, come se fossimo i protagonisti di un romanzo d’autore e non, molto più banalmente, un groviglio di abitudini, paure e pezzi di ricambio emotivi. Ci piace pensare all’Io come a un tempio sacro, un luogo di introspezione profonda dove risiede la nostra anima scintillante, ma la verità è che, se quel tempio esiste, è arredato male, c’è polvere ovunque e la maggior parte delle stanze sono chiuse a chiave, perché abbiamo troppa paura di quello che potremmo trovarci dentro. Passiamo la vita a lucidare la facciata, a sistemare i fiori sul balcone per convincere i passanti che lì dentro tutto proceda secondo i piani, mentre, in cantina, stiamo nascondendo i cadaveri di tutte le persone che abbiamo finto di essere per compiacere un capo, un amante o un genitore troppo esigente.

Questa ricerca ossessiva di un’identità coerente è la prigione più sicura che siamo stati capaci di costruirci. Ci obbliga a restare fedeli a un’immagine che non ci appartiene più, a difendere opinioni che abbiamo ereditato per osmosi e a indossare espressioni facciali che sono diventate maschere di gesso. Perché la verità, quella che nessuno scrive nei manuali di crescita personale, è che l’Io è un parassita affamato. Ha bisogno di conferme costanti, di sguardi altrui che riflettano la sua esistenza, di successi minuscoli da esibire come trofei, per non soccombere alla sensazione devastante di essere, in fondo, assolutamente sostituibili. Siamo talmente terrorizzati dall’idea di non essere qualcuno che preferiamo essere qualcuno di odioso, o di infelice, piuttosto che accettare il vuoto che si spalanca quando smettiamo di raccontarci storie.

Il problema delle riflessioni colte e pacate è che dimenticano il corpo. L’Io non è solo pensiero, è la tachicardia prima di un discorso, è il sudore delle mani, è quella spinta viscerale che ti fa desiderare di distruggere tutto quello che hai costruito solo per vedere che effetto fa. È un sabotatore professionista che vive dentro di noi e aspetta il momento di massima stabilità per ricordarci che siamo fragili, incoerenti e meravigliosamente assurdi. Ogni volta che diciamo io sono fatto così, stiamo mettendo un chiodo sulla nostra bara, stiamo rinunciando alla possibilità di sorprenderci, di deviare dal percorso, di essere dei perfetti sconosciuti a noi stessi. E allora, forse, dovremmo smettere di cercare di capire chi siamo e iniziare a chiederci chi stiamo fingendo di essere oggi, e, soprattutto, perché dovremmo continuare a farlo.

Guardate come ci muoviamo negli spazi pubblici, digitali o fisici che siano. Siamo costantemente impegnati in una performance senza tregua, dove l’Io funge da regista e ufficio stampa di se stesso. Ogni parola che pronunciamo è calibrata per produrre un effetto, ogni silenzio è studiato per suggerire una profondità che spesso non possediamo. Abbiamo trasformato la nostra esistenza in un brand, un marchio da difendere contro le critiche e da promuovere attraverso la vetrina scintillante della nostra presunta unicità. Ma se provassimo a spegnere tutte le luci, se togliessimo il pubblico e gli applausi, cosa resterebbe di quella costruzione così faticosa? Probabilmente solo un grande senso di stanchezza. Siamo esausti di essere noi stessi, stanchi di dover mantenere in piedi un castello di carte che il primo alito di vento della realtà rischia di spazzare via.

C’è poi questa strana forma di feticismo che chiamiamo ambizione, ovvero la convinzione che accumulando strati di prestigio, di oggetti costosi o di approvazione sociale, il nostro Io possa finalmente acquisire una massa critica tale da non poter essere più ignorato. Ci circondiamo di ninnoli e di titoli come se fossero sacchi di sabbia posti a difesa di una trincea, sperando che il peso di tutto ciò che possediamo possa ancorarci a terra e impedirci di volare via al primo refolo di insignificanza. Ma è un inganno ottico. Più lo zaino dell’Ego si riempie, più diventiamo goffi nei movimenti, incapaci di reagire con leggerezza agli imprevisti della vita perché siamo troppo impegnati a proteggere il nostro inventario. Abbiamo scambiato la libertà della strada con la sicurezza di una prigione arredata con gusto, e chiamiamo questa prigionia realizzazione personale.

Guardate come ci comportiamo nelle relazioni, quel palcoscenico dove l’Io dà il peggio di sé. Spesso non cerchiamo l’altro per quello che è, ma come uno specchio aggiuntivo in cui ammirare una versione di noi stessi che ci piace particolarmente. Vogliamo essere amati non per la nostra verità, che è caotica e spesso sgradevole, ma per la maschera che abbiamo confezionato con tanta cura. E quando l’altro, inevitabilmente, scorge una crepa nel gesso, entriamo in crisi, ci sentiamo traditi, urliamo che non siamo stati compresi. La verità è che abbiamo terrore di essere compresi davvero, perché temiamo che, sotto la superficie, non ci sia altro che un groviglio di insicurezze e di desideri infantili che non sono mai cresciuti. Preferiamo la solitudine di un ego ipertrofico alla vulnerabilità di un incontro reale, perché l’incontro reale richiede la morte, almeno parziale, di quel personaggio che abbiamo impiegato anni a costruire.

Passiamo le notti a rimuginare su conversazioni che non hanno avuto l’esito sperato, riscrivendo mentalmente i dialoghi per uscirne vincitori, per avere l’ultima parola, per rimettere l’Io al centro della scena. È una forma di autismo emotivo che ci impedisce di ascoltare davvero quello che il mondo ci sta dicendo. Se solo riuscissimo a smettere di interpretare ogni evento come un attacco personale o come un’occasione di gloria, scopriremmo che la realtà ha un sapore molto più intenso e meno amaro. Il mondo non è contro di noi, semplicemente non ci vede; è impegnato a girare per conto suo, e in questo disinteresse cosmico risiede la nostra unica, vera possibilità di salvezza. Se non siamo nessuno, allora siamo finalmente liberi di essere qualsiasi cosa, senza il dovere di dover dimostrare nulla a nessuno.

Invece di celebrare l’Io, dovremmo forse iniziare a celebrare la sua dissoluzione. Dovremmo godere di quei momenti di distrazione totale, di quegli istanti in cui siamo così immersi in un compito, in un libro o in un dolore altrui da dimenticarci persino del nostro nome. Quelli sono gli unici momenti in cui siamo autenticamente umani, perché siamo finalmente puliti dalla bava dell’identità. Il resto è solo rumore di fondo, una recita stanca che ripetiamo per inerzia davanti a una platea di altrettanti attori stanchi, tutti troppo occupati a ripassare la propria parte per accorgersi che lo spettacolo è finito da un pezzo e le luci in sala sono già state spente.

Dovremmo avere il coraggio di ammettere che l’Io è un esperimento fallito che si rinnova ogni mattina, una scommessa persa in partenza che però vale la pena di giocare. Non c’è alcuna gloria nel restare uguali a se stessi per cinquant’anni, c’è solo una lenta e metodica mummificazione del pensiero. Il vero scandalo, la vera rivoluzione, sarebbe quella di svegliarsi e non avere la minima idea di quale parte recitare, di perdere il filo della narrazione e restare lì, nudi di fronte al mondo, senza il paravento di un nome, di un ruolo o di una reputazione da difendere. Sarebbe terrificante, certo, ma sarebbe la prima volta che potremmo dire di essere davvero vivi, fuori dal recinto dorato di quel pronome ingombrante che ci portiamo dietro come una palla al piede. Forse la pace non si trova nel definirsi, ma nello sparire lentamente, lasciando che sia la vita stessa a parlare al posto nostro.